giovedì 4 giugno 2009

venerdì 15 maggio 2009

Macondo - parte seconda

[…] tanto più appassionata si andava facendo l'indignazione di Fernanda, finché le sue proteste occasionali, i suoi sfoghi poco frequenti, traboccarono in un torrente incontenibile, sfrenato, che cominciò un mattino cime il monotono bordone di una chitarra, e che a mano a mano che si svolgeva la giornata andò salendo di tono, sempre più ricco, più grandioso. Aureliano Secondo non si accorse della cantilena fino al giorno seguente, dopo colazione, quando si sentì stordito da un ronzare allora più fluido e alto del rumore della pioggia, ed era Fernanda che girava per tutta la casa lamentandosi che l'avevano educata come una regina per finire da serva in una casa di pazzi, con un marito fannullone, idolatra, libertino, che stava a pancia all'aria ad aspettare che gli piovesse la manna dal cielo, mentre lei si stroncava le reni cercando di tenere a galla una casa tenuta su con gli spilli, dove c'era tanto da fare, tanto da sopportare e da rabberciare, da quando spuntava Dio fino all'ora di mettersi a letto, che finiva per coricarsi con gli occhi pieni di polvere di vetro e, tuttavia, mai nessuno che le dicesse buon giorno, Fernanda, come hai dormito, Fernanda, né le chiedevano mai anche solo per cortesia perché era così pallida e perché si svegliava con quegli occhi pesti, anche se lei non sperava, naturalmente, che qualcosa di simile saltasse fuori dal resto di una famiglia che in fondo l'aveva sempre considerata come un impiccio, come lo straccetto per sollevare la pentola, come un pupazzo scarabocchiato sul muro, e che andavano sempre spettegolando contro di lei negli angoli, chiamandola bigottona, chiamandola farisea, chiamandola volpe, e perfino Amaranta, requiescat in pace, aveva detto chiaro e tondo che era di quelle che scambiavano il sesso maschile con l'equinozio, benedetto Dio, che parole, e lei aveva sopportato tutto con rassegnazione per le intenzioni del Santo Padre, ma non aveva potuto più resistere quando quel malvagio di José Arcadio Secondo aveva detto che la rovina della famiglia era stata quella di aprire la porta a una spocchiosa, immaginarsi un po', a una spocchiosa prepotente, Dio mi aiuti, una spocchiosa figlia di mala saliva, della stessa indole degli spocchiosi che aveva mandato il governo a uccidere i lavoratori, ditemi un po', e si riferiva niente di meno che a lei, la figlioccia del Duca di Alba, una dama di tale prosapia da far rivoltare il fegato alle mogli dei presidenti, una idalga di sangue come lei che aveva il diritto di firmare con dodici spagnolissimi cognomi, e che era l'unica mortale in quel villaggio di bastardi che non si sentiva impacciata davanti a sedici posate, perché poi quell'adultero di suo marito saltasse fuori a dire sghignazzando che tanti cucchiai e forchette, e tanti coltelli e cucchiai non erano roba da cristiani, ma da centopiedi, e l'unica che poteva stabilire a occhi chiusi quando si serviva il vino bianco, e da che parte e in quale bicchiere, e quando si serviva il vino rosso, e da che parte e in quale bicchiere, e non come quella selvatica di Amaranta, requiescat in pace, che credeva che il vino bianco si servisse di giorno e il vino rosso di sera, e l'unica in tutta la costa che poteva vantarsi di non essere mai andata di corpo se non in pitali d'oro, perché poi il colonnello Aureliano Buendia, requiescat in pace, avesse la sfacciataggine di chiedere con il suo fiele di massone perché mai si era meritata quel privilegio, se era forse perché lei non cagava merda, ma fiordalisi, immaginarsi, che parole, e perchè poi Renata, sua stessa figlia, che indiscretamente aveva visto le sue deiezioni nella stanza da letto, rispondesse che in realtà il pitale era d'oro puro e di pura araldica, ma quello che c'era dentro era pura merda, merda fisica, e ancor peggio delle altre perché era merda di spocchiosa, immaginarsi, la sua stessa figlia, di modo che non si era mai fatte illusioni sul resto della famiglia, ma in ogni modo aveva il diritto di aspettarsi un po' più di considerazione almeno da parte di suo marito, dato che bene o male era suo coniuge sacramentale, il suo autore, il suo legittimo pregiudicatore, che si era addossato per volontà libera e sovrana la grave responsabilità di toglierla dal focolare paterno, dove non si era mai privata né lamentata di nulla, dove intrecciava palme funebri per puro piacere di passatempo, dato che il suo padrino le aveva mandato una lettera e il sigillo del suo anello impresso nella ceralacca, solo per dirle che le mani della sua figlioccia non erano fatte per faccende di questo mondo, tranne che per suonare il clavicembalo e, tuttavia, quell'insensato di suo marito l'aveva tolta dalla sua casa con tutti gli ammonimenti e le raccomandazioni e l'aveva portata in quella bolgia infernale dove non si poteva respirare dal caldo, e prima ancora che lei avesse finito di osservare le sue diete di Pentecoste se n'era già andato, coi suoi bauli transumanti e la sua fisarmonica da giramondo, in un luogo di adulterio, con una disgraziata alla quale bastava guardare le chiappe, be', ormai le era scappata, alla quale bastava vedere come dimenava le chiappe da giumenta per capire subito che era una, che era una, tutto il contrario di lei, che era signora sia nel palazzo sia nello stabbiolo, sia a tavola sia a letto, signora di nascita, timorosa di Dio, ubbidiente alle sue leggi e sottomessa ai suoi disegni, e con la quale non poteva fare, naturalmente, le smorfie e i saltimortali che faceva con l'altra, che naturalmente si prestava a tutto, come le matrone francesi, e ancora peggio, a pensarci bene, perché quelle almeno avevano l'onestà di mettere una lanterna rossa sulla porta, porcherie simili, immaginarsi, non mancava altro, con la figlia unica e beneamata di donna Renata Argote e di don Fernando del Carpio, e soprattutto di questo, naturalmente, un santuomo, un cristiano di grandi meriti, Cavaliere dell'Ordine di Santo Sepolcro, di quelli che ricevono direttamente da Dio il privilegio di mantenersi intatti nella tomba, con la pelle tesa come raso di sposa e con gli occhi vivi e diafani come smeraldi.

 

mercoledì 13 maggio 2009

ANTONY & THE JOHNSONS


CONCERTO IL 1° AGOSTO A TORINO - VENARIA REALE


sabato 2 maggio 2009

lunedì 27 aprile 2009

Macondo - prima parte




 

Gli avvenimenti che avrebbero dato il colpo mortale a Macondo cominciarono a intravedersi quando portarono nella casa il figlio di Meme Buendia. La situazione pubblica era in quei tempi così incerta, che nessuno aveva l'animo disposto ad occuparsi di scandali privati, sicché Fernanda poté approfittare di un ambiente propizio per mantenere il bambino nascosto come se non fosse mai esistito. Dovette accettarlo, perché le circostanze in cui glielo portarono non resero possibile un rifiuto. Dovette sopportarlo contro la sua volontà per il resto della sua vita, perché nell'ora della verità le era mancato il coraggio di compiere l'intima determinazione di affogarlo nella cisterna del bagno. Lo chiuse nell'antico laboratorio del Colonnello Aureliano Buendia. Riuscì a convincere Santa Sofia de la Piedad di averlo trovato che galleggiava in un cestino. Ursula sarebbe morta senza conoscere la sua origine. La piccola Amaranta Ursula, che una volta era entrata in laboratorio mentre Fernanda stava alimentando il bambino, credette anche lei alla versione del cestino galleggiante. Aureliano Secondo, definitivamente staccato da sua moglie per il modo irrazionale col quale questa aveva trattato la tragedia di Meme, non seppe dell'esistenza del nipote fino a tre anni dopo che glielo avevano portato in casa, quando il bambino scappò dalla sua prigione per una disattenzione di Fernanda, e si affacciò sul portico per una frazione di secondo, nudo e coi capelli arruffati e con un impressionante sesso da barbiglio di tacchino, come se non fosse una creatura umana bensì la definizione enciclopedica di un antropofago.

Fernanda non aveva fatto i calcoli su quel tiro birbone del suo incorreggibile destino. Il bambino fu come il ritorno di una vergogna che lei credeva di aver esiliato per sempre dalla casa. Si erano appena portati via Mauricio Babilonia con la spina dorsale spezzata, e già Fernanda aveva stabilito fino al particolare più insignificante il piano destinato ad eliminare ogni vestigio dell'obbrobrio. Senza consultare suo marito, fece il giorno dopo i suoi bagagli, mise in una valigetta i tre ricambi di cui sua figlia poteva aver bisogno, e andò a cercarla nella stanza mezz'ora prima dell'arrivo del treno.

« Andiamo, Renata » le disse.

Non le diede alcuna spiegazione. Meme, da parte sua, non se l'aspettava né la voleva. Non soltanto ignorava dove erano dirette, ma a lei non sarebbe importato nemmeno se l'avessero condotta al macello. Non aveva più parlato, né avrebbe più fatto per il resto della vita, da quando aveva sentito lo sparo in fondo al patio e il simultaneo urlo di dolore di Mauricio Babilonia. Quando sua madre le ordinò di uscire dalla stanza, non si lavò né si pettinò, e salì sul treno come una sonnambula senza nemmeno notare le farfalle gialle che continuavano ad accompagnarla. Fernanda non seppe mai, né si prese il disturbo di indagare, se suo silenzio ermetico era una decisione della sua volontà,o se fosse rimasta muta per il colpo della tragedia. Meme si rese appena conto del viaggio attraverso la regione incantata. Non vide le ombrose e interminabili piantagioni di banano ai due lati del percorso. Non vide le case bianche dei gringos, né i loro giardini inariditi dalla polvere e dal caldo, né le donne in pantaloncini e camicie a righe azzurre che giocavano a carte sotto i portici. Non vide i carri di buoi carichi di caschi sui sentieri polverosi. Non vide le ragazze che saltavano come pesci nei fiumi trasparenti per lasciare nei passeggeri del treno l'amarezza dei loro seni splendidi, né le baracche multicolori e miserevoli dei lavoratori dove svolazzavano le farfalle gialle di Mauricio Babilonia, e sulle cui soglie c'erano bambini verdi e squallidi seduti sui loro pitalini, e donne gravide che lanciavano improperi al passaggio del treno. Quella visione fugace che per lei era una festa quando tornava dal collegio, passò nel cuore di Meme senza farlo fremere. Non guardò dal finestrino nemmeno quando terminò l'umidità ardente delle piantagioni, e il treno passò per la pianura di papaveri dove c'era ancora il corbame carbonizzato del galeone spagnolo, e uscì poi verso la stessa aria diafana e lo stesso mare spumoso e sudicio dove quasi un secolo prima si erano arenate le illusioni dì José Arcadio Buendia.

 

mercoledì 15 aprile 2009

sabato 4 aprile 2009

martedì 24 marzo 2009

venerdì 6 marzo 2009

lunedì 23 febbraio 2009

Carnaval Sitges 2009

Sara... una ne fai e cento ne pensi...

sabato 14 febbraio 2009

La Gelmini manda a casa chi la contraddice... o da chi avrà imparato?

Gelmini bocciata dai consiglieri

Finora a bocciare il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e la sua riforma della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, erano stati soltanto i sindacati e l’opposizione. Ora invece è arrivata una bocciatura anche da parte del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, organo dello stesso Ministero, che liquida il Regolamento con alcuni giudizi molto severi: «non coerente» con l’autonomia scolastica, «compromette l’efficacia dell’offerta formativa», «non garantisce pari opportunità di offerta e di scelta sull’intero territorio nazionale» e renderà difficile soddisfare le aspettative delle famiglie sui tempi offerti dalle singole scuole. Detto in altre parole: mamme e papà potrete dire addio al tempo pieno. A meno di miracoli come l’improvviso arrivo di finanziamenti straordinari. Dal ministero rispondono al giudizio del Consiglio ricordando che «il Cnpi è un organo con funzioni meramente consultive, e che comunque mai ha accolto con favore una riforma scolastica perché è un organo conservatore, teso a difendere lo status quo». E, quindi, aggiungono, «bisognerà rivedere la sua composizione, riformarlo in modo da rendere meno politico e sindacale il suo contributo, aumentando invece il carattere tecnico dei suoi pareri». Il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, infatti, è un organo nato nel 1974. Ha come funzione quella di fornire una consulenza tecnico-professionale al ministro, a volte su richiesta del ministro, altre volte perché obbligato a farlo. Presidente è lo stesso ministro della Pubblica Istruzione, ed è composto da 74 consiglieri, la maggior parte eletti dalle varie categorie del personale scolastico. Il 17 novembre scorso i consiglieri avevano già espresso «fermo dissenso e viva preoccupazione sulle scelte operate» dal ministro Gelmini in materia di maestro unico e orario di 24 ore settimanali, che avrebbero provocato - denunciavano i consiglieri del ministro - «una destrutturazione del sistema scolastico pubblico ed una netta riduzione quantitativa e qualitativa dell’offerta formativa». E quindi avevano chiesto «una profonda revisione dei provvedimenti adottati» ed un coinvolgimento nelle future decisioni. Il 29 dicembre il ministro accetta, almeno in parte, le loro richieste. Invia al Consiglio una nota con il Regolamento approvato e chiede il loro parere. Il parere arriva un mese e mezzo dopo, il 12 febbraio, ed è una bocciatura a 360 gradi dei provvedimenti del ministro dell’Istruzione. Bocciato «l’azzeramento delle compresenze e di fatto di tutte le forme di utilizzo del personale docente in compiti diversi dall’insegnamento frontale» che «influisce pesantemente sulla qualità dell’offerta formativa» e «induce a ricercare risorse compensative esterne», e quindi gli studenti avranno insegnanti sempre meno garantiti e non necessariamente adeguati alle discipline da insegnare. Bocciata l’introduzione dei cambiamenti anche dalle classi successive alla prima «non tenendo conto delle scelte organizzative e didattiche della scuola, delle scelte già operate dalle famiglie, della prassi consolidata di una graduale implementazione di modifiche ordinamentali». Il modello delle 24 ore settimanali «diventa, da subito, il modello della suola pubblica. In tal modo si rendono residuali gli altri modelli». E, quindi, i consiglieri conludono la loro relazione rilevando che sui tempi scuola il Regolamento «possa alimentare nelle famiglie aspettative che, in assenza di congrue e correlate risorse, potranno difficilmente essere soddisfatte, mettendo la scuola nella difficile situazione di dover riorientare le scelte e riorganizzare l’offerta».

Flavia Amabile, La Stampa, 14/02/2009

martedì 10 febbraio 2009

domenica 8 febbraio 2009

Eugenio Scalfari

Non poteva esserci scempio più atroce

IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all'evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l'attuazione. Ma il caso Englaro è stato derubricato l'altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita. Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori. Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che "al di là dell'obbligo morale di salvare una vita" egli sente "il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi". Gli strumenti necessari per realizzare quest'obiettivo indispensabile sono "la decretazione d'urgenza e il voto di fiducia"; ma poiché l'attuale Costituzione semina di ostacoli l'uso sistematico di tali strumenti, lui "chiederà al popolo di cambiare la Costituzione". La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima. Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l'occasione che cercava.


Un'occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull'appello alle pulsioni elementari e all'emotività plebiscitaria. Qui c'è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l'anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall'altra i "volontari della morte", i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione. Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all'odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita. Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta. Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l'altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante. Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada. Ci sono altri due obiettivi che l'uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare. Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d'aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto. Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l'occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un'economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l'attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica "La Quiete" dà un po' di respiro ad un governo che naviga a vista. Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire "con cattiveria". Il Vaticano si oppone a quella "cattiveria" ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall'Occidente multiculturale e democratico. Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico. Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l'instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali. Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del '22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: "Avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli". Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent'anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra. In quel passaggio del 3 gennaio '25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante. Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione. Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve. Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel "rinsavimento" sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l'altro ieri. E tutto è sciaguratamente avvenuto sul "corpo ideologico" di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.

venerdì 30 gennaio 2009

martedì 27 gennaio 2009

Pietro Calamandrei nel 1950...


Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

martedì 20 gennaio 2009

Adesso qualcuno mi dica una cosa positiva sull'Unione Europea, please...


Abbattimento di Punta Perotti
Strasburgo condanna l'Italia


Per la Corte europea dei diritti dell'uomo la confisca dei terreni è una violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell'uomo

domenica 18 gennaio 2009

C'è qualcuno che...

C'è qualcuno che vorrebbe che io mi vergognassi di dire ai miei figli (che non ho...) e quindi ai miei nipoti, ai miei amici, ai conoscenti vecchi e nuovi, il lavoro che faccio...

C'è qualcuno che mi sta togliendo dei soldi perchè per 5 giorni non sono potuto andare al lavoro per via di un'influenza con febbre fino a 39... dopo 5 anni consecutivi senza nemmeno un giorno di assenza... (a parte le ferie e i giorni di assenza per corsi di aggiornamento... da me interamente pagati!!!).

C'è qualcuno che mi toglie degli strumenti di lavoro conquistati dopo molti anni di studi, di ricerche e di fatiche perchè se ne approvasse l'utilizzo, senza avermi nemmeno chiesto cosa ne penso, senza sapere se sono d'accordo o meno, senza avere la minima idea se in tutti questi anni mi sono serviti oppure no... Tolti e basta...

C'è qualcuno che parla e ahimè... decide senza essere mai stato una volta fra le quattro mura entro le quali ogni giorno si svolge il mio lavoro...

Questo qualcuno c'è... e adesso comincia davvero a rompermi i coglioni!

tanto per sdrammatizzare un po'...

sabato 10 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009