sabato 10 marzo 2012
mercoledì 29 febbraio 2012
domenica 29 gennaio 2012
UN INCONTRO AL CENACOLO

Io e Gef a tavola il più delle volte parliamo di cibo e del tempo; del resto è come deve essere, essendo io italiano e lui inglese. E' tradizione.
A Gef piacciono le minestre e i primi piatti di brodo, creme e potages, dice che lo riscaldano, patisce molto il freddo, e si irrita anche un pochino se il piatto è freddo e non viene messo a scaldare prima che vi si versi la pietanza; non lo dà a vedere perchè è fatto così, ma io lo so, lo percepisco ugualmente, dopo tutti questi anni.
Gef è un tipo curioso, mi si dirà: chi non lo è, ma lui è curioso forte... Ha tutti gli atteggiamenti tipici dell'inglese della buona borghesia di un tempo fatti di rigorosa formalità, approcci cordiali, perseveranza e ostinatezza, soprattutto nel portare avanti le proprie idee, un pizzico di razzismo, e, pensate un po', rispetto e amore per la sovrana alla quale è stato presentato prima del suo amico Philip al termine di uno spettacolo con il Royal Ballet.
Quando non ha più argomenti di difesa, e con Philip è difficile che la spunti, tira fuori questo episodio. Discutono così e così terminano, con leggerezza e allegria, con la soddisfazione di uno nella logica e dell'altro nella simpatia. E mi fanno tanto ridere e stare bene.
Nelle sere d'inverno, quando fa appena freddo ma per Gef si gela, tanto che il suo posto è quello più prossimo al radiatore, se non parliamo del cibo e del tempo possiamo anche stare a lungo in silenzio, la compagnia ci basta e la confidenza ce lo consente.
A volte accendiamo la televisione, ma a me non piace e non mi interessa la politica, argomento che lo appassiona e lo agita tanto da farlo sembrare molto più italiano... Altre volte scelgo di ascoltare la musica ma anche qui non ci troviamo molto poichè io non arrivo oltre la seconda metà dell'ottocento mentre lui ha passione per Ravel, Debussy e Stravinsky...
Parliamo quindi del cibo e del tempo... Di una giornata di pioggia trascorsa dietro gli enormi vetri della sua terrazza o di come il bel tempo gli abbia permesso di fare una passeggiata in spiaggia. Ed io lo ascolto. Parliamo di come si cucina il brasato con il vino del Piemonte, di quanto deve essere morbida la chantilly in un dolce piuttosto che in un altro. E lui mi ascolta.
Meno spesso, e per questo mi sorprende sempre molto, e mi fa pensare e sognare, racconta episodi del suo passato in cui compaiono i suoi amici più cari, i suoi compagni di danza, i suoi maestri. Ecco che in casa mia fanno visita Eric, Rudolf e Margot, Sir Anthony, Natalia, Rupert e tanti altri con storie di vita affascinanti, narrate però nei piccoli momenti del quotidiano, in quegli attimi che sono pieni di magia ma che sono rimasti solo nel cuore di chi li ha vissuti ed appassionano chi ha la fortuna di ascoltarne il racconto.
Come quel giorno di pioggia e di umido, tanto stagnante che le ossa si fanno presto sature, che solo chi vive o ha vissuto a lungo a Milano può averne esperienza, quel giorno di riposo, un lunedì, tanto sospirato dal momento che si facevano in quegli anni anche sette spettacoli a settimana, sabato o domenica doppio, e non si vedeva l'ora di uscire dalle mura del teatro e riposare le membra esauste. Quel giorno fu uggioso e per questo decise di andare a vedere dove si trova il celebre Cenacolo di Leonardo. In tutti gli anni di frequentazione della Scala, non aver visto l'affresco lo fece vergognare un po'. Uscì dall'albergo, e decise di camminare fino a Santa Maria delle Grazie; molto insolito per un taxi-dipendente come lui. Amò però quell'atmosfera, quel cielo pesante, quell'aria ferma. In corso Europa pensò addirittura di evitare Vittorio Emanuele nonostante il loggiato, prese corso Matteotti e camminando sotto quella pioggerellina sbucò da palazzo Marino in piazza Scala e si accorse di non avere le idee chiare di come raggiungere la meta. Si incamminò evitando via Filodrammatici, in Cordusio gli piacque via Meravigli e la seguì, sapeva di dover arrivare in corso Magenta e la sua determinazione fu premiata. Non capiva come mai la piazza davanti all'ingresso fosse deserta, non visitava mai i musei per il solo fatto di dover fare la fila e incontrare sconosciuti. Si arrabbiò con gli italiani perchè un tale capolavoro non poteva restare senza ammiratori nemmeno un minuto, lo trovò assurdo. Pagò il biglietto ad un assonnato dipendente con uno strano accento, siciliano, mi disse, visto che tutti gli accenti da Roma in giù per lui sono siciliani, ed entrò. Che strana sensazione di benessere cominciò a provare! Una vera e propria magia, quel silenzio, con un calore che gli ritemprò il fisico. Guardava l'affresco e, pur percependo tutta la dinamica della scena, con gli apostoli in agitazione, le voci da dentro che dicevano di stupore e curiosità, sentiva solo quiete e agio. Come se fosse sempre stato lì negli ultimi tempi, come se non fosse la prima volta, non più vergogna, non più rabbia. Si stupì di quanto stava provando, e non riusciva a spiegarne i motivi. Aveva sempre sentito raccontare del turbamento percepito dai visitatori al cospetto dell'Ultima cena e lui stesso ne riconosceva la presenza, ma non capiva il perchè fosse sopita da un più forte senso di quiete, lenita da un'aura di pace che sovrastava tutta la potenza dell'arte del luogo. Cercando di capire, non si rese conto di non essere solo all'interno del cenacolo. Cominciò ad accorgersi di quella presenza, una figura femminile, vestita di bianco, con una sciarpa di seta e i neri capelli sciolti lungo la schiena. Capì che era per quella presenza che tutto risultava alterato e che alla magia dell'opera d'arte si era aggiunta la magia di una donna d'arte, il cui potere su di lui era più forte ancora di quello secolare del tratto di Leonardo. Quando cominciò a guardarla, lei era di spalle e si avviava all'uscita nel più totale silenzio, come sospesa. Prima di imboccarla si voltò e gli sorrise, e tutto si fece chiaro, ovvio perfino. Era Margot.
Un lunedì, la pioggia, due inglesi, da soli, l’Ultima cena.
Così passo alcune sere, in inverno, tra due parole sul cibo e sul tempo. Con Gef che porta nella mia vita persone la cui arte riprende forma, anche se solo fra le mura di casa, grazie ai suoi racconti ammalianti, fra gesti e parole di quotidianità. Finora non ho mai avuto la capacità di commentarli, li accetto come regali preziosissimi e li custodisco con cura. E per ringraziarlo mi alzo e gli chiedo: - Geffrino ti faccio il caffè? -Oh grazie - fa sempre lui e si alza emettendo il suo gemito di dolore per le articolazioni da ballerino, si siede al suo posto sul divano e comincia a litigare con i politici che vede in tv.
sabato 7 gennaio 2012
giovedì 15 dicembre 2011
sabato 3 dicembre 2011
Love Is A Losing Game
Love is a losing game
Five story fire as you came
Love is a losing game
Why do I wish I never played
Oh what a mess we made
And now the final frame
Love is a losing game
Played out by the band
Love is a losing hand
More than I could stand
Love is a losing hand
Self professed... profound
Till the chips were down
...know you're a gambling man
Love is a losing hand
Though I'm rather blind
Love is a fate resigned
Memories mar my mind
Love is a fate resigned
Over futile odds
And laughed at by the gods
And now the final frame
Love is a losing game
giovedì 13 ottobre 2011
venerdì 7 ottobre 2011
venerdì 16 settembre 2011
Passato!
Qui quando la città è più festosa e la folla più allegra penso alla campagna lontana, laggiù, fra i miei monti dietro il mare azzurro.
Penso ai sentieri verdeggianti, alle siepi odorose, alle lodole che brillano nel sole, alla canzone solitaria che sale dai campi, monotona e triste come un ricordo d'altre patrie.
Penso a quell'ora dolce del tramonto quando l'ultimo raggio indora le nevi della montagna e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte.
Penso a quell'ora calda di luglio quando il sole innonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra e il grillo sulle stoppie canta la canzone dell'ora silenziosa. Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna.
Penso alle lunghe notti d'inverno, spazzate dal vento e dagli acquazzoni; agli alberi che gemono nel temporale, e vi cantano fantastiche storie cui sorridono gli occhi dei vostri cari, raccolti intorno alla lampada domestica.
Penso alla mia fanciullezza, che sembra sia tutta trascorsa in quella nota campagna; penso a quei colli, a quei valloni, a quei sentieri, a quella fontana, davanti alla quale è passata tanta gente e da sì lontano, a quel cespuglio su cui moriva il sole d'autunno quel giorno in cui ci passaste anche voi con me per l'ultima volta. Quell'ultimo raggio di sole mi strinse il cuore come un addio, e mi fece provare, senza saper perché, quella vaga angoscia dei giorni spensierati dell'infanzia, che ci fa presentire le amarezze della vita, come un senso di vaga e dolorosa dolcezza.
Penso a quel sasso in cui ho segnato il primo amore dei miei tredici anni, quando non conoscevo ancora altri dolori se non che quelli creatimi dalla mia fantasia.
Ora che il dolore so cosa sia, il dolore vero, quello che vi immerge le unghie nella carne viva e vi ricerca le fibre del cuore, quello che mi divorava le lagrime, le sensazioni e le idee, quando la morte entrò nella mia casa... penso ancora a quei luoghi, a quelle scene serene che mi tornavano dinanzi agli occhi feroci come un'ironia nell'ora terribile di quell'angoscia; penso al muricciuolo di quella fontana al quale ci eravamo appoggiati con quei miei cari che non son più, a quell'erba, che si è piegata sotto i loro passi, a quelle pietre sulle quali si erano seduti.
Ora l'erba è morta anch'essa, ed è risorta tante volte. Il sole l'ha bruciata, e la pioggia l'ha fatta rinascere.
Quando le nuove gemme hanno verdeggiato sulla siepe lì accanto nei bei giorni di aprile essi non sapevano più nulla di voi, miei cari!
Io che son rimasto, penso a quell'erba che non è più la stessa, a quelle pietre che dureran ancora, mentre voi siete passati su di loro - e per sempre; penso che dell'altra erba spunta e muore fra le pietre della vostra fossa; e quando penso che lo strazio feroce di questo dolore non è più cosi vivo dentro di me, che ogni strappo dell'anima lentamente va rimarginandosi, mi viene uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla d'ogni cosa umana, se non dura nemmeno il dolore, e vorrei sdraiarmi su quell'erba, sotto quei sassi, anch'io nel sonno, nel gran sonno.
Giovanni Verga
sabato 10 settembre 2011
martedì 30 agosto 2011
venerdì 5 agosto 2011
giovedì 7 luglio 2011
Provence 2011
mercoledì 8 giugno 2011
F.D.M. - 8 GIUGNO 2011
lunedì 30 maggio 2011
Virgilio
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di püerizia fosse,
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica fiamma'.
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi;
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
giovedì 12 maggio 2011
martedì 19 aprile 2011
martedì 15 marzo 2011
Fra le vivaci Braccia del Vento
Se potessi insinuarmi
Avrei una commissione in sospeso
In una Zona adiacente -
Non dovrei fermarmi,
Il Procedimento non è lungo
Il Vento potrebbe aspettare fuori del Cancello
O girovagare per la Città.
Accertare la Dimora
E se l'anima è in Casa
Accostarvi il mio Stoppino
Per far luce, e poi tornare -
Emily Dickinson - 1864
domenica 6 febbraio 2011
lunedì 24 gennaio 2011
"Esistono altre donne" di Concita De Gregorio
Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.
Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.
La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.
Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.
Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.








